Doping tecnologico nello sport: cos’è e cosa è vietato
Si parla di doping tecnologico quando l’integrazione di tecnologie legate allo sport permettono un vantaggio prestazionale misurabile o percepito al di là della capacità fisiologica dell’atleta. Capiamo di cosa si tratta nel dettaglio.
Cos’è il doping tecnologico e quali casi ha prodotto
La WADA, l’agenzia mondiale antidoping, già dal lontano 2006 lavora in maniera concreta sul controllo e sulla definizione di quello che è ormai universalmente riconosciuto come “doping tecnologico”, cioè a dire quell’insieme di vantaggi di cui un atleta può giovarsi, e che superano le sue capacità sportive, grazie all’aiuto di uno strumento tecnologico.
Certo, quella contro il doping tecnologico non è una battaglia semplice. Si tratta infatti di un mondo completamente nuovo e che, dal punto di vista analitico, richiede di guardare ai principi che regolano il mondo dello sport in maniera completamente nuova.
Stiamo parlando insomma di un processo che, soprattutto nell’ultimo decennio, e ancora a lungo negli anni a venire, ha obbligato e obbligherà il mondo dello sport a una costante trasformazione dei regolamenti e degli standard etici, che di fatto dovranno muoversi in avanti, di pari passo con le nuove tecnologie, in continua evoluzione.
Esempi noti di “doping tecnologico” degli ultimi anni hanno incluso, ad esempio, i costumi in poliuretano nel nuoto, in pratica delle tute, poi bandite nel 2010 dalla federazione internazionale, che aumentando la capacità di galleggiamento di atleti e atlete e riducendo così la resistenza all’acqua, creavano un enorme vantaggio competitivo: oggi è vietato qualsiasi materiale non tessile.
Più di recente, c’è stato il caso, negli sport invernali, delle scioline al fluoro, delle cere ad alta tecnologia che, rendendo la soletta dello sci fortemente idrofobica, riducono l’attrito con la neve e che a partire dalla stagione invernale 2023/2024 sono state del tutto vietate dalla Federazione Internazionale Sci e Snowboard (FIS) e dall’Unione Internazionale Biathlon (IBU).
Questo caso è interessante anche perché ha portato, ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, alla squalifica per “doping tecnologico da materiale” di due fondiste sud-coreane, Han Dasom e Lee Eui-jin, e dello snowboarder giapponese Masaki Shiba.
Ancora, nel ciclismo si è parlato per anni dei motori nascosti nei telai, anche se, nel professionismo, una sola atleta, la ciclista Femke Van den Driessche, è stata squalificata, nel 2016, mentre non si è mai dimostrata la presunta colpevolezza di Fabian Cancellara, ciclista svizzero che per molti, nel 2010, utilizzò il famoso mini-motorino nascosto nel telaio.
Oggi, proprio nel ciclismo, il doping di ultima generazione riguarda le ruote e i mozzi magnetici, che grazie a un sistema di difficilissima rilevazione, del tutto invisibile a occhio nudo, permettono, grazie al principio della forza motrice generata dal magnetismo, di fornire una sorta di trazione extra costante, regalando ai ciclisti una manciata di watt extra.
Proprio per contrastare questa tecnologia l’UCI ha dovuto cambiare radicalmente i metodi di controllo, con un sistema antidoping che obbliga le squadre a far passare le bici, prima delle gare, dentro dei furgoni a raggi X che penetrano il carbonio e mostrano eventuali magneti nascosti nel cerchione o delle bobine nel telaio.nce.
Tecnologia nello sport: dati, scarpe e protesi
Fra gli elementi più visibili, e “legali”, della tecnologia nello sport c’è sicuramente la “datificazione” delle prestazioni. Oggi atlete e atleti vengono monitorati in maniera dettagliatissima attraverso “sistemi” indossabili e con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, un meccanismo combinato di ricavo ed elaborazione delle informazioni che risulta poi decisivo per l’ottimizzazione delle prestazioni e la prevenzione degli infortuni.
In questo contesto il doping tecnologico assume caratteristiche davvero molto complesse da valutare, in quanto la realtà ci racconta come il limite tra innovazione legittima e vantaggio sleale sia davvero sottile, mentre allo stesso tempo le evoluzioni della tecnologia dello sport spesso pongono dilemmi e preoccupazioni nell’ambito dell’etica, ma anche della salute degli atleti e delle atlete.
Come chiarito dagli esempi riportati nel paragrafo precedente, sono le tecnologie meccaniche quelle sulle quali è più complesso trovare un equilibrio normativo, con un sistema di regolamentazione chiaro, efficace e dal timing funzionale alle necessità di uno sport pulito e imparziale.
Oggi ad esempio uno dei temi più caldi nell’ambito del doping tecnologico riguarda le scarpe da corsa con piastra in carbonio, che secondo molti permettono prestazioni di corsa più veloci, grazie a una meccanica degli arti inferiori alterata sotto affaticamento. Si tratta di una questione ancora sotto discussione e per ora queste calzature sono considerate “legali”. Non è un caso che il confronto sui materiali sia più acceso proprio nell’atletica, dove i primati vengono limati di continuo, come racconta la serie di record di Armand Duplantis nel salto con l’asta.
Anche nel mondo dello sport paralimpico si continua a discutere in merito a protesi specifiche per la corsa, che, con caratteristiche meccaniche legate alla rigidità e al ritorno di energia, possono influenzare i risultati prestazionali. Si tratta di due semplici esempi ma che spiegano in maniera plastica la difficoltà di stare dietro alle continue sollecitazioni che la tecnologia applica allo sport.
Le analisi sportive di Mauro Mondello sono plasmate da un’esperienza giornalistica di livello internazionale (The Guardian, La Repubblica, L’Ultimo Uomo) e dal prestigio di un passato come Yale World Fellow. Porta questa prospettiva unica nel suo ruolo di voce autorevole di Talkbet&Risposta e offre pezzi di approfondimento che coniugano dati, storie e spessore.

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