Il fair play finanziario oggi: come funziona, cos’ha prodotto, com’è cambiato
Le norme UEFA per rendere più sostenibile il calcio in Europa hanno sì aiutato a contenere i costi, ma è ormai chiaro che abbiano anche favorito il mantenimento dello status quo da parte dei grandi club: ecco come funziona oggi il fair play finanziario e perché ha avuto questo effetto.
Debito, ricavi e asset dei club dopo il fair play finanziario
Abbiamo sentito molto parlare di Financial Fair Play negli ultimi quindici anni, cioè a dire da quando la UEFA, su proposta di Michel Platini, ha sviluppato un sistema di controllo delle attività finanziarie dei club europei mirato, sulla carta, a evitare che il calcio del Vecchio Continente andasse, letteralmente, in bancarotta.
Ancora oggi, continua a essere questo il leitmotiv del management del calcio europeo per continuare a sostenere una misura, quella del fair play finanziario, che, come vedremo, ha provocato reazioni contraddittorie nel mondo dei club europei, salvandoli però, questo è quanto viene spiegato, dal fallimento.

Fair play finanziario: l’equilibrio tra bilanci e ambizioni sportive
Se andiamo a guardare i numeri “puri”, nel 2011, prima dell’entrata in vigore del cosiddetto FFP, il debito complessivo lordo dei club europei riportato dai rapporti UEFA era di poco superiore ai 19 miliardi di euro, restringendo il monitoraggio ai club delle prime divisioni del calcio continentale. Le rilevazioni mostravano che più del 50% dei club viveva una situazione di perdita strutturale, senza generare utili, e l’andamento mostrava una curva di perdita, sempre in calcolo complessivo, arrivata a 1,7 miliardi di euro nel 2011.
L’elemento cruciale, peraltro, non riguarda le perdite in sé, ma piuttosto la tipologia di debito generato dalle squadre. Si trattava, infatti, di un debito che potremmo definire tossico, in quanto non legato a investimenti di lungo periodo (come ad esempio gli stadi) destinati a generare un ritorno.
Era, invece, un debito connesso a spese prettamente sportive, legato a costi dei cartellini e ingaggi, inevitabilmente quindi orientato a crescere a dismisura, con le squadre costantemente in rosso e i proprietari a rinforzare le casse con esborsi personali per aumentare i capitali ed evitare il fallimento.
La situazione, insomma, era quella di squadre legate in maniera unilaterale alle disponibilità, e agli umori, della proprietà: il patron ricco e di buon umore, per così dire, continuava a ripianare le perdite e a garantire investimenti. Il patron invece con meno risorse, o magari semplicemente stanco di continuare a investire, si tirava fuori, facendo fallire il club.
L’intenzione dell’UEFA (e anche qui c’è da dire che il progetto ha funzionato, almeno per gran parte del panorama calcistico) era quella di trasformare i club in vere e proprie società attente all’aspetto finanziario, in entità slegate dalle volontà di investimento della proprietà, in grado di sostenersi in maniera autonoma.
Da qui si arriva al quadro di oggi, che ha profondamente mutato l’assetto strutturale del calcio europeo. Secondo il rapporto The European Club Finance and Investment Landscape, pubblicato dalla UEFA a inizio 2026, il quadro del debito del calcio europeo è profondamente cambiato.
In quanto a patrimonio e asset, vediamo che i club, negli ultimi quindici anni, si sono avvicinati di molto all’idea UEFA della trasformazione in aziende, arrivando a fine 2024 ad asset complessivi per 53,9 miliardi di euro (stadi, musei, centri sportivi, ma anche i cartellini dei giocatori) e riducendo le perdite a 1,1 miliardi, contro gli 1,7 miliardi del 2011.
Il debito, a fine 2024, è salito a 29,2 miliardi di euro, ma è un debito molto diverso da quello del passato. Una grandissima parte di questa cifra è infatti legata alla costruzione e alla modernizzazione degli stadi (basta pensare alle spese sostenute, per dire, da Real Madrid e Tottenham per i loro impianti), un investimento quindi non “morto”, ma destinato a generare ricavi.
Un esempio perfetto del cambiamento di rotta arriva dal mondo del credito. Se prima le banche consideravano rischioso un prestito a un club, oggi il calcio è invece in grado di ottenere credito istituzionale a tassi d’interesse standard, proprio come le aziende, e ci riesce grazie alla sostenibilità finanziaria della propria struttura, in cui gli asset sono un elemento determinante.
Da qui arrivano cifre come gli oltre 30 miliardi di ricavi stimati per il 2025, il 10% di crescita dei ricavi commerciali, il 16% di incremento di ricavi dalla vendita dei biglietti, la crescita del 5%, anno su anno, dei diritti televisivi. Tutte cose ottime ma che, come vedremo fra poco, non vanno necessariamente in una direzione omogenea e di equità.
Le regole UEFA sulla sostenibilità e chi ne beneficia
Cominciamo innanzitutto con lo spiegare come funziona l’insieme delle regole del fantomatico Fair Play Finanziario, che peraltro nemmeno si chiama più così: dalla riforma UEFA del 2022 è noto come UEFA Financial Sustainability Regulations.
La più importante delle norme del pacchetto è quella legata al costo della rosa, che obbliga i club a gestire le proprie risorse ponendo un tetto massimo alle spese che si possono sostenere per la costruzione e la gestione della rosa.
Oggi la norma dice che il limite massimo di spesa per gli stipendi lordi dei giocatori e dello staff tecnico, per l’acquisto e l’ammortamento dei cartellini, per le commissioni da pagare ad agenti e intermediari, non può superare, dal 2025/2026, il 70% dei ricavi del club. Il limite del 70% è entrato in vigore nella stagione 2025/2026, mentre nel 2023/2024 era del 90% e nel 2024/2025 era dell’80%. Inoltre, ha senso sottolineare come fra le spese non vengano calcolate quelle relative agli investimenti in infrastrutture, settore giovanile e calcio femminile.
Un’altra regola importante è la Football Earnings Rule, che prevede che le squadre possano avere un deficit di massimo 60 milioni di euro su base triennale (fino a 90 milioni per i club in buona salute finanziaria), e che ha sostituito la più stringente norma del pareggio di bilancio, che ammetteva uno scostamento massimo di 30 milioni nello stesso arco di tempo.
Abbiamo poi la regola secondo cui i club non possono avere debiti scaduti nei confronti di altre società, dei dipendenti, del fisco e della UEFA, e sono obbligati a saldare le pendenze entro scadenze fisse: i pagamenti dovuti al 30 giugno, al 30 settembre e al 31 dicembre vanno chiusi entro il 15 luglio, il 15 ottobre e il 15 gennaio. Tutte norme accettabili, sulla carta, ma che hanno in questi anni prodotto numerose sanzioni, alcune delle quali anche verso club italiani (noti i casi di Roma e Milan).
Perché, allora, regole che, in teoria, sembrano di buon senso, hanno via via favorito i grandi club e, da quanto ci restituiscono le macro-analisi, tendono a bloccare il sistema calcio in Europa, con le squadre più ricche e forti destinate a diventare sempre più ricche e più forti? La questione non è così semplice, né univoca.
Regole come quelle del tetto ai costi della rosa, così come i limiti di perdita, sono, come abbiamo spiegato, direttamente correlate alla capacità di un club di generare entrate. Il risultato è che i club storici, con un’enorme base di tifosi a livello globale, in grado di chiudere accordi commerciali milionari, di avere fette ampie dei diritti televisivi, capaci di generare grandi introiti dallo stadio, fra botteghino e correlati, avranno più ricavi, e dunque potranno spendere di più per la rosa.
Dall’altra parte, questo sistema virtuoso, tutto legato ai ricavi, vieta al grande magnate che voglia diventare rapidamente competitivo di fare come l’Abramovich dei bei tempi al Chelsea e trasformare una squadra di mezza classifica in una superpotenza nel giro di un paio di stagioni.
Ora, se è chiaro ed evidente che il sistema del Financial Fair Play ha effettivamente contribuito a costruire un calcio più sostenibile, è però altrettanto solare che abbia allo stesso tempo creato un incredibile paradosso.
Il vecchio calcio, lo dicevamo prima, puntava tutto sulle capacità finanziarie della proprietà. Quello “nuovo”, per così dire, premia invece chi è più bravo a sviluppare il club come fosse un’azienda. Sono i ricavi che permettono di spendere.
Il meccanismo è stato costruito per limitare le spese fuori controllo, ma ha finito per evidenziare, ancora più di prima, le distanze fra piccoli e grandi club, con i secondi evidentemente avvantaggiati nella possibilità di aumentare a dismisura i propri introiti commerciali e, di conseguenza, la propria forza sportiva.
Le analisi sportive di Mauro Mondello sono plasmate da un’esperienza giornalistica di livello internazionale (The Guardian, La Repubblica, L’Ultimo Uomo) e dal prestigio di un passato come Yale World Fellow. Porta questa prospettiva unica nel suo ruolo di voce autorevole di Talkbet&Risposta e offre pezzi di approfondimento che coniugano dati, storie e spessore.
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