Il calcio chiede il conto al betting: l’impatto di un prelievo sulle scommesse

Il calcio chiede una quota dei ricavi generati dalle scommesse sulle proprie partite: 16,1 miliardi di raccolta nel 2024, ma appena 2 miliardi di margine. Un approfondimento della nostra redazione, in collaborazione con Calcio e Finanza, sul disegno di legge S.1902 e sui suoi effetti.

Il calcio reclama una quota dei ricavi generati dal betting. Tra le tematiche che ricorrono a intervalli regolari nel dibattito pubblico c’è la ferma richiesta del comparto calcistico di poter beneficiare di una parte degli introiti generati dalle scommesse effettuate sulle partite. Il tema è tornato con forza negli ultimi mesi, prima con il dossier federale e poi con il disegno di legge depositato in Senato, e ogni volta circola la stessa cifra: sedici miliardi. È la raccolta annua delle scommesse sul calcio in Italia, un numero abbastanza grande da funzionare come argomento in sé. Ma la raccolta non è un ricavo, e la vera domanda non è quanto pesa il calcio nel betting, bensì quanta parte del margine può essere trasferita senza minare gli equilibri del sistema.

Quanto pesa il calcio nel betting sportivo italiano

Stadio Ferraris, logo Calcio e Finanza

Il calcio richiede una quota al settore del betting

I numeri di partenza li fornisce il ReportCalcio, il rapporto annuale del Centro Studi FIGC realizzato con AREL e PwC, nella sua ultima edizione disponibile. Nel 2024 la raccolta delle scommesse sul calcio ha toccato i 16,1 miliardi di euro, otto volte il dato del 2006, con un gettito erariale di 401,6 milioni: il record della serie storica. Sulla stagione 2023-2024 la Federazione stima una raccolta calcistica di circa 15,5 miliardi, per il 77% online e per il 23% nella rete fisica delle agenzie.

La quota del pallone sul totale delle scommesse sportive oscilla, a seconda del perimetro considerato, fra il 70% e l’80%. La sola Serie A genera quasi 3 miliardi di raccolta, circa il 18% del totale calcistico, davanti a Champions League e Premier League, ferme intorno al 6% ciascuna. Il tennis, secondo sport per volumi, si ferma a 4 miliardi complessivi. E nella classifica storica dei cinquanta eventi sportivi con la raccolta più alta mai registrata in Italia compaiono soltanto partite di calcio.

Dalla raccolta al margine

Dei 16,1 miliardi giocati sul calcio, quasi tutto torna agli scommettitori sotto forma di vincite: il payout si attesta intorno all’87%, il che lascia una spesa netta – il margine lordo effettivamente trattenuto dal comparto – di circa 2 miliardi di euro. È da quella cifra, non dai sedici miliardi, che si generano il gettito fiscale, i costi della filiera e gli utili degli operatori. Sempre da lì discende l’impatto sul PIL attribuito dal ReportCalcio alle scommesse sul calcio: 1,8 miliardi.

Applicare una percentuale alla raccolta anziché al margine cambia radicalmente la percezione della misura. L’1% chiesto in sede federale vale circa 160 milioni di euro l’anno: sembra un’inezia sul giocato, ma è l’8% del margine lordo del comparto. Il 2% ipotizzato dal legislatore vale, a seconda della base di calcolo, fra 224 e 322 milioni: fra l’11% e il 16% di quel margine. Nessun settore industriale considererebbe marginale un prelievo che assorbe un sesto del proprio margine lordo.

Il disegno di legge S.1902

Il principio per cui una quota delle risorse generate dalle scommesse torna allo sport che ne costituisce l’oggetto ha applicazioni consolidate, per quanto molto diverse fra loro. In Francia una quota del prelievo sulle scommesse, calcolata sul prodotto lordo del gioco, è destinata all’Agence nationale du sport entro un tetto annuo fissato per legge, 180 milioni di euro nel 2025; la Turchia redistribuisce attraverso l’organismo statale Spor Toto in funzione della presenza dei club nei palinsesti. La Gazzetta dello Sport conta una ventina di ordinamenti europei con meccanismi analoghi, per quanto fra loro poco omogenei.

In Italia la traduzione normativa è il disegno di legge S.1902, presentato dal senatore Paolo Marcheschi e ora all’esame del Senato. Dal 1° gennaio 2027 i concessionari verserebbero alla FIGC un contributo pari al 2% dell’importo giocato su ogni scommessa raccolta in Italia relativa a competizioni federali, in agenzia e online. La relazione tecnica quantifica il gettito in circa 224 milioni annui, muovendo da una raccolta sportiva di 16 miliardi di cui il 70% riconducibile al calcio – una base prudenziale di 11,2 miliardi, inferiore ai 16,1 miliardi del ReportCalcio. Sulla destinazione il testo prevede almeno il 50% da impiegare a favore di vivai, impianti e centri federali territoriali, almeno il 30% alla prevenzione del gioco patologico e ai progetti contro l’abbandono sportivo, il restante 20% al calcio femminile e alle scuole calcio dilettantistiche. E, per non intaccare il gettito erariale, il provvedimento prevede una contestuale riduzione dell’imposta unica.

L’impatto del contributo sul sistema

Duecentoventiquattro milioni all’anno sono una cifra modesta se rapportata ai 4 miliardi di ricavi aggregati della Serie A 2024-2025. Diventano tutt’altra cosa se si guarda al perimetro che il ddl intende finanziare. Nei diciassette anni analizzati dal ReportCalcio, i contributi complessivi erogati da CONI e Sport e Salute alla FIGC ammontano a 964,8 milioni: poco meno di 57 milioni l’anno. Il contributo sulle scommesse varrebbe quasi quattro volte l’intero finanziamento pubblico annuo della Federazione, e circa metà del gettito erariale che le scommesse sul calcio già producono per lo Stato.

Il termine di paragone più eloquente resta però quello infrastrutturale. Fra il 2007 e il 2024 in Europa sono stati costruiti 226 nuovi stadi per 25,3 miliardi di investimenti: l’Italia, con sei impianti, ha inciso per l’1%. L’età media degli stadi di Serie A è di 56 anni, quella della Serie B di 74. Un flusso stabile e vincolato di duecento milioni l’anno – di cui la metà destinabili, tra l’altro, agli impianti – non risolve il divario, ma è esattamente il tipo di risorsa (prevedibile, pluriennale, non legata al risultato sportivo) che aiuterebbe a costruire piani di investimento credibili. Vale la pena ricordare, per contrasto, che il Decreto Dignità è costato alla Serie A circa 600 milioni di mancati introiti da sponsorizzazioni betting fra il 2019-2020 e il 2024-2025, poco meno di cento milioni a stagione: il meccanismo, nella sua versione al 2%, restituirebbe più del doppio di quanto il divieto pubblicitario ha sottratto.

Chi paga il conto

Se il contributo viene compensato da una riduzione dell’imposta unica, il costo della redistribuzione ricade sull’erario e non sull’industria del gioco: il calcio incassa, lo Stato riduce gli introiti, mentre per i concessionari l’operazione resta sostanzialmente neutrale. Se la compensazione non ci fosse, il prelievo colpirebbe un margine già sottile, con effetti prevedibili sulle quote offerte al giocatore e, secondo l’argomento più utilizzato dagli operatori, sulla competitività del canale legale rispetto a quello illegale.

L’iter parlamentare è appena cominciato e il testo potrà cambiare in sede emendativa. Ma il punto di partenza rimane che il calcio produce la quasi totalità del valore su cui si regge il betting sportivo italiano e ne intercetta oggi una frazione trascurabile, per via commerciale e in forma indiretta. Una redistribuzione anche minima – uno, due punti percentuali sul giocato – non rimette in equilibrio i conti del calcio professionistico. Può però finanziare, per la prima volta con continuità, investimenti che spesso vengono trascurati: i vivai, i campi, le società dilettantistiche.

Denis Michelotti
Denis Michelotti

Denis Michelotti è direttore di sitiscommesse.com dal 2025. Vanta oltre dieci anni di esperienza in editoria digitale e product management, con collaborazioni per Sky Italia, Gracenote e realtà internazionali. Cura le strategie editoriali e lo sviluppo strategico del sito.

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