Costi Milano Cortina: l’inchiesta su conti, opere e promesse mancate
In teoria, le Olimpiadi di Milano Cortina si sarebbero dovute organizzare a “costo zero”, come avevano garantito a più riprese governo e istituzioni. In realtà le cose sono andate molto, molto diversamente. Ecco cosa è successo.
La regole del tre
Losanna, 24 giugno 2019. È la data in cui, durante il 134º congresso del Comitato Olimpico Internazionale, l’edizione numero venticinque dei Giochi Olimpici Invernali viene assegnata alla candidatura di Milano-Cortina, che supera quella svedese di Stoccolma-Åre per 47 a 34.
L’entusiasmo è grande: è la prima volta che Milano (alla sua seconda candidatura dopo quella, ritirata prima della selezione finale, per i Giochi estivi del 2000) organizzerà un evento olimpico, e la seconda per Cortina, che ci aveva provato già altre quattro volte dopo i Giochi invernali del 1956, l’ultima volta nel 1992, ma sempre senza successo.
Da subito, dopo l’assegnazione, partono le dichiarazioni dei presidenti delle regioni Veneto e Lombardia, rispettivamente Luca Zaia e Attilio Fontana, che nell’entusiasmo generale parlano ripetutamente di Olimpiadi a “costo zero” per i contribuenti.
D’altronde, già il dossier di candidatura al CIO punta forte sul tema dei costi ridotti e della “sostenibilità”, che appare oltre 100 volte nei documenti ufficiali di “application” valutati dal Comitato Olimpico. Il tentativo è quello di convincere i delegati con un piano di costi contenuto e ua strutturazione complessiva dell’evento che punti tutto sulla responsabilità ambientale e sociale.
Nel report vengono presentati Giochi i cui costi, che dovrebbero essere intorno ai 1.4 miliardi di euro saranno integralmente coperti da diritti televisivi, dai partner internazionali legati direttamente al CIO, da un gruppo di sponsor italiani e infine dai proventi legati alla vendita dei biglietti e del merchandising. Un’operazione perfetta insomma.
Da subito però c’è un’incongruenza: i costi innanzitutto, non sono di 1.4 miliardi, ma di 2 miliardi, una cifra che peraltro riguarda solo l’organizzazione e non tiene in conto la realizzazione delle opere, per le quali, lo vedremo adesso in dettaglio, di miliardi ne serviranno poi altri 5.
Un’altra cosa che si capisce molto rapidamente è che non saranno, in termini di spesa pubblica, Olimpiadi a costo zero. Il primo dossier, nel quale si parla di totale sostenibilità finanziaria dell’evento, include due sole opere pubbliche da realizzare interamente: il Villaggio Olimpico, che avrà sede a Milano, e l’Arena Santa Giulia, una delle opere più discusse di questi Giochi, da costruire nella zona sudest del capoluogo lombardo.
Il costo di queste opere, insieme a quelli che dovrebbero essere soltanto interventi di ristrutturazione e ammodernamento di strutture già esistenti, parrebbe essere coperto interamente da finanziamenti privati, ma in realtà viene subito pompato anche da soldi pubblici: il “costo zero” emerge subito, quindi, come mero atto di propaganda.
Sulla carta i costi di queste opere ammonterebbero a 200 milioni di euro, ma la cifra cresce rapidamente, sino a sfiorare il miliardo. Alla fine, solo per Villaggio e Arena, dai conti pubblici usciranno oltre 100 milioni di euro, che lo Stato italiano verserà ai gruppi privati per far quadrare i conti, a fronte di opere che, ricordiamolo, a fine Giochi restano di proprietà privata.
Il complesso del Villaggio Olimpico diventerà infatti il più grande studentato d’Italia, con 1700 posti letto di proprietà di Coima, holding finanziaria attiva nel settore immobiliare. La struttura verrà “restituita” dal CIO a Coima già a fine marzo.
In queste settimane è emerso che solo 450 posti letto verranno proposti a prezzo calmierato, diversamente da quanto annunciato, con camere che costeranno anche oltre 1.000 euro al mese e slot riservati (il 10% del totale) a figli di avvocati e dipendenti di studi milanesi, in virtù della partecipazione della Cassa Forense al Coima Esg City Impact Fund, il fondo che ha realizzato il Villaggio Olimpico.
L’Arena Santa Giulia, invece, resterà nelle mani di CTS Eventim, multinazionale tedesca attiva nel mercato dell’intrattenimento dal vivo, che ha già dichiarato come la struttura verrà utilizzata, esclusivamente, per eventi musicali live, chiudendo allo sport e aprendo una sorta di “guerra dei concerti” a Milano.
Live Nation, altro player di rilievo del mercato dell’intrattenimento in Europa, in risposta ha infatti acquistato il Forum di Assago per 90 milioni di euro, sancendo una definitiva condizione di duopolio nel mercato dell’intrattenimento in Italia.
Le due multinazionali sono infatti promoter esclusive di oltre il 95% di tutti gli artisti e proprietarie dei due più importanti portali di vendita di biglietti, Ticketmaster è di LiveNation e Ticketone è di Eventim. Grazie alle Olimpiadi, adesso saranno anche proprietarie di due delle sedi di concerti più importanti in Italia, chiudendo il cerchio della spartizione monopolistica: un altro lascito di questi Giochi.
Il problema di fondo, in termini complessivi, è legato alla totale discrepanza fra le cifre presenti nella relazione di candidatura, e quelle effettive: alla fine dei conti, da 1.4 miliardi di euro, si arriva sino ai 2 miliardi per la sola organizzazione, cui vanno poi aggiunti altri 5 miliardi di opere pubblica<: il totale definitivo diventa quindi 7 miliardi di euro.
Si tratta di una cifra enorme, oltre tre volte più alta rispetto a quella indicata in origine e decisamente non “a costo zero”. Decisamente lontana dai dettami lanciati nella relazione ufficiale, dove si spiegava fosse “logico attendersi da un concept dei Giochi che auspichi lo sviluppo sostenibile e la stabilità finanziaria, un investimento previsto in infrastrutture sportive relativamente contenuto”.
D’altronde, stiamo parlando dello stesso dossier di candidatura nel quale in cui si raccontava “Non costruiremo nuovi impianti a meno che non siano stati già pianificati” e addirittura nel quale si arrivava a dichiarare “non sono necessarie nuove infrastrutture di trasporto. Il miglioramento delle strutture esistenti consentirà di effettuare spostamenti più rapidi ed efficienti e promuoverà l’uso sostenibile del trasporto pubblico come scelta di vita”.
Un proclama, quest’ultimo, letteralmente sommerso dal cemento di decine di opere pubbliche legate alla costruzione di strade, ferrovie, ponti, seggiovie, parcheggi e un’infinita rete di strutture legate alla movimentazione del tutto in capo a budget messo a disposizione de istituzioni regionali e governo nazionale. Tradotto: utilizzando denaro pubblico.
Tante parole per nulla
La cascata di dichiarazioni smentite dai fatti ha seguito un circolo vizioso a tratti persino esilarante, se non fosse che si tratta di temi molto delicati e che riguardano in senso molto stretto l’intera comunità. A mentire, infatti, sono figure di rilievo dell’esecutivo.
Ancora nel giugno del 2024 il ministro dello Sport, Andrea Abodi, rilasciava la dichiarazione di come la Fondazione Milano-Cortina, responsabile per la parte organizzativa dei Giochi, avesse, testuale “l’imperativo categorico” di rispettare un limite di investimento pari a 1.6 miliardi di euro, i quali sarebbero rientrati, integralmente, grazie ai ricavi.
Peccato che meno di un anno dopo il governo stanzi per i Giochi quasi 400 milioni di euro, come si deduce dalla relazione della presidenza del consiglio dei ministri, datata giugno 2025, che viene allegata a un decreto legge.
D’altronde lo stesso Abodi, rispondendo a un’interrogazione parlamentare nella quale veniva chiesto di fare chiarezza sulla poca trasparenza mostrata dal governo per quanto concerne la gestione finanziaria delle opere pubbliche connesse ai Giochi, rispondeva, in modo molto opinabile, che le opere pubbliche progettate in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina “sono complementari, in piccola parte sportive: è una prassi in Italia pianificarle in occasione di un grande evento sportivo”.
In pratica Abodi sancisce la normalizzazione di una consuetudine tutta italiana, quella di gonfiare a dismisure i piani finanziari delle manifestazioni di sport di alto profilo organizzate nel nostro paese per creare una folle accelerazione affaristica dentro cui buttare progetti di ogni genere e tipo, che spesso nulla hanno a che vedere con l’evento sportivo in oggetto e che, anche per questo, nemmeno saranno pronti per l’inaugurazione di quell’evento.
L’elenco di quelle che nella relazione dovevano essere semplici “ristrutturazioni” mai i cui costi sono poi esplosi è lunghissimo. Vale la pena indicare l’esplosione dei costi per “sistemare” alcuni degli impianti divenuti famosi in tutta Italia dopo i Giochi e le tante medaglie conquistate.
Per l’impianto di Biathlon di Anterselva, dove Lisa Vittozzi, una delle speranze azzurre a medaglia, ha conquistato l’oro nella gara di inseguimento femminile 10 km, erano stati stanziati circa 5 milioni di euro: alla fine ne sono serviti 57, più di dieci volte il budget iniziale. Le opere di ammodernamento dello stadio di Cortina, quello nel quale si sono tenute le sfide di curling, per intenderci, dovevano costare 7.5 milioni, ma il conto è salito fino a 21 milioni.
Ancora, a Livigno, sede di snowboard e sci freestyle, gli interventi previsti erano pari a 21 milioni di euro: se ne sono spesi, alla fine, 164, di milioni, otto volte quanto preventivato. C’è poi il caso della pista da bob di Cortina, uno scandalo annunciato ben prima della sua concretizzazione, ma portato comunque a termine con testarda determinazione.
In questo caso la Fondazione Milano-Cortina ha deciso di rimettere in sesto il vecchio impianto Eugenio Monti, chiuso del 2009 e nel quale si erano tenute, addirittura, le Olimpiadi invernali di Cortina 1956. La “ristrutturazione” in realtà è diventata un vero e proprio rifacimento, praticamente da zero, ed è costata 135 milioni di euro, contro i 47 previsti dal progetto iniziale.
Inoltre, a bilancio sono già scritte perdite per 700.000 euro l’anno, circa 15 milioni complessivi per i vent’anni di vita della pista, per un impianto, l’Eugenio Monti, che verrà utilizzato, forse, per alcuni mesi l’anno da circa una cinquantina di praticanti.
Non solo: per procedere con i lavori è stato abbattuto un bosco di quasi 1000 larici secolari e si è andati contro le stesse indicazioni del CIO, che avrebbe preferito utilizzare le piste già esistenti a St.Moritz o Innsbruck, oppure una restyling della pista di Cesana, nel torinese, costata appena vent’anni fa 118 milioni di euro e poi abbandonata.
Niente da fare, il governo ha deciso che la pista da bob dovesse essere costruita su italico e veneto suolo, costi quel costi. Il disastro progettuale delle Olimpiadi di Milano-Cortina è ben cristallizzato dalla contrapposizione fra i numeri complessivi delle opere previste e quelli relative alle opere effettivamente concluse.
In conclusione, il DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) dell’8 settembre 2023, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 22 settembre 2023, presentava, nel piano aggiornato per la realizzazione delle opere connesse alle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, uno schema composto da 111 interventi pubblici essenziali.
Dopo innumerevoli ritardi e dopo i rilievi della Corte dei Conti di novembre 2025, il piano è stato rivisto, riducendo le opere, tutte in campo a SIMICO, a 98. Vale la pena ricordare che SIMICO, Società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 è la società pubblica, in capo al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, responsabile per progetti e realizzazione delle opere e che gestisce appalti e commissioni.
Ebbene, di queste 98 opere, dal valore di oltre 4 miliardi di euro (tutti soldi pubblici), appena 40 sono state terminate prima dell’apertura dei Giochi di Milano-Cortina. Alcune di queste opere si sono già distinte per essere dei fragorosi insuccessi, come nel caso della cabinovia di Socrepes, costata quasi 50 milioni di euro e che, in teoria, avrebbe dovuto portare in quota da 2.000 a 3.000 appassionati l’ora per le competizioni dello sci alpino femminile.
Ebbene, la struttura non è stata conclusa in tempo, ma non solo: la Procura di Belluno ha aperto un fascicolo sulla costruzione, a seguito di un esposto per disastro e frana colposi presentato dai legali dei residenti.
Il progetto della cabinovia, infatti, è stato portato avanti ad ogni costo, senza peraltro essere nemmeno completato, nonostante nell’agosto 2025, in pieno svolgimento dei lavori, nell’area si fosse creata una frattura di oltre 30 metri di lunghezza a monte dell’abitato di Lacedel, provocata, secondo molti, proprio dai lavori per l’impianto di risalita.
Opere come la variante di Vercurago, nel lecchese, dal costo di oltre 300 milioni e con chiusura prevista nel 2034, o ancora la variante di Cortina, quasi 700 milioni e completamento previsto nel 2033, o la variante di Longarone, un progetto ambiziosissimo da 500 milioni con chiusura nel 2030, sono state buttate nel calderone del budget olimpico e senza dubbio saranno presto fonte di lavoro per la Corte dei Conti.
Di certo c’è SIMICO, tramite decreto legge, ha visto la propria vita societaria allungarsi sino al dicembre 2033. Inizialmente la società era previsto fosse liquidata a fine 2026, mentre adesso continuerà a esistere per appaltare e supervisionare la costruzione di opere pensate per un Olimpiade terminata sette anni prima.
D’altronde, non è una novità. C’è l’esempio, brillante, di Agenzia Torino 2006, la società del Ministero delle Infrastrutture responsabile per le opere pubbliche per i Giochi Invernali tenutisi nel capoluogo piemontese ormai oltre vent’anni fa che ancora, decenni dopo, non è stata liquidata, in quanto continua a fare da riferimento per le diatribe nate dalle opere realizzate in quel contesto. Tutto, come direbbe il protagonista di una vecchia serie italiana di successo, “molto italiano”.
Le analisi sportive di Mauro Mondello sono plasmate da un’esperienza giornalistica di livello internazionale (The Guardian, La Repubblica, L’Ultimo Uomo) e dal prestigio di un passato come Yale World Fellow. Porta questa prospettiva unica nel suo ruolo di voce autorevole di Talkbet&Risposta e offre pezzi di approfondimento che coniugano dati, storie e spessore.

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