Calcio italiano: esiste davvero un problema-razzismo in Serie A?

Qualche settimana fa, le immagini di Nicolas Nkoulou del Torino e di Romelu Lukaku dell’Inter, che dopo aver segnato si sono inginocchiati alzando il pugno, manifestando così sostegno al movimento antirazzista Black Lives Matter, hanno fatto il giro del mondo. Ma esiste un problema-razzismo, nella nostra Serie A?

Da Balotelli a Kean, passando per Boateng

Una manifestazione antirazzista e un cartello con la scritta "Stop al razzismo sistemico" in inglese

Esiste un problema-razzismo, nel calcio italiano? Un piccolo approfondimento.

Essendo il calcio uno dei tanti specchi della società in cui viviamo, non può purtroppo sorprendere che anche nel mondo del pallone si registrino episodi di razzismo. Ciò che è vero, però, è che, vista l’esposizione mediatica dei suoi protagonisti, le prese di posizione degli atleti su questo tema hanno un’eco molto maggiore.

In passato, sono balzati agli onori delle cronache i casi di Kevin Prince Boateng che, preso di mira durante un’amichevole con il Milan dai cori razzisti, aveva abbandonato il campo, così come le frequenti lamentele di Mario Balotelli (l’ultima quest’anno sul campo del Verona), o il caso del giovane Moise Kean, che dopo un gol aveva reagito andando a festeggiare polemicamente sotto la curva del Cagliari, i cui tifosi lo avevano insultato per tutta la partita. E ancora, i casi di Kalidou Koulibaly, del Napoli, bersagliato dai cori degli ultras interisti, e del romanista Juan Jesus.

C’è da dire che le reazioni del mondo “istituzionale” del calcio non sono mai state particolarmente confortanti. Dopo il caso-Kean, il suo allora allenatore Massimiliano Allegri e il suo capitano Leonardo Bonucci dissero che il ragazzo non doveva reagire e che “al 50% era colpa sua”. In passato, avevamo dovuto leggere le frasi dell’ex presidente della FIGC, Tavecchio, sul famigerato “Opti Pobà”, o dell’ex allenatore Arrigo Sacchi, secondo cui “nei nostri settori giovanili ci sono troppi neri”.

In quindici anni, circa 750 episodi di razzismo

Viene allora da chiedersi se, al di là dei casi con più risonanza mediatica, davvero nella Serie A, e più in generale nel mondo del calcio italiano, siamo di fronte a un problema di presenza del razzismo. E la risposta sembrerebbe purtroppo essere positiva, soprattutto nei settori giovanili.

Così afferma uno studio del sociologo Mauro Valeri, secondo il quale sono stati denunciati 750 episodi di razzismo, dal 2000 al 2014, nel calcio tricolore, con picchi elevati soprattutto là dove invece il calcio dovrebbe essere soprattutto gioia e inclusione, cioè tra i ragazzi.

Il problema, purtroppo, è che il mondo del calcio italiano, a differenza di quanto accade in altri paesi, non riesce ad affrontare questo problema se non con iniziative isolate (come le multe ai tifosi della Lazio). Se pensiamo che l’unica azione ufficiale intrapresa di recente dalla Lega Serie A fu una campagna pubblicitaria antirazzismo con un poster che raffigurava tre scimmie, non c’è di che essere tranquilli.

L’articolo 62 delle norme federali in tema di razzismo, tuttavia, è molto chiaro. In presenza di atteggiamenti razzisti da parte del pubblico, il responsabile dell’ordine pubblico all’interno dello stadio ordina all’arbitro di sospendere la gara. Contemporaneamente, tramite gli speaker il pubblico è informato della sospensione e invitato a smettere i cori. L’arbitro può intimare il ritorno negli spogliatoi e dichiarare chiusa la gara, se dopo 45 minuti i cori razzisti non vengono sospesi. A oggi, sono state eseguite solo la miseria di 6 sospensioni provvisorie del gioco.

Le reazioni nel calcio italiano dopo la vicenda George Floyd

Quando, nella primavera di quest’anno, il cittadino statunitense George Floyd è rimasto ucciso per le percosse della polizia, il mondo ha visto sollevarsi un’ondata di indignazione che ha causato proteste violente negli USA e prese di posizione anche nel mondo dello sport, persino nel nostro Paese e nella Serie A.

Dybala, Mertens, Ribery, Louis Alberto, Koulibaly, Lukaku, Nkoulou e molti altri campioni hanno espresso solidarietà a Floyd e soprattutto al movimento Black Lives Matter sui social e in campo. La Roma ha concluso lo scorso campionato proprio con lo stemma di Black Lives Matter sulla manica. Juventus e Milan si sono presentate in campo con maglie da allenamento corredate di scritte contro il razzismo e l’ex calciatore Claudio Marchisio, da tempo molto esposto nel dibattito pubblico, ha pronunciato parole molto pesanti contro i tifosi razzisti.

Piccoli gesti, più simbolici che altro? Può essere, e del resto nel calcio italiano questa purtroppo non sarebbe una novità. Però è vero che un campionato nel quale il 16% delle rose delle squadre è composto da atleti di colore non può limitarsi ad affrontare il problema con gesti e frasi di circostanza.

In attesa che arrivi una auspicabile presa di posizione ufficiale, magari meno goffa di quelle recenti cui abbiamo accennato, bisogna comunque ribadire che assistiamo a gesti di singoli atleti e singole società, e non a una lotta collettiva di tutto il pianeta-calcio contro uno dei fenomeni più odiosi e purtroppo in crescita dei nostri tempi.

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Una manifestazione antirazzista e un cartello con la scritta

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